A cura di Stefano Marchesi, dottore commercialista presso lo Studio legale tributario Arpano Bonafe’ Grifoni Franzoni di Milano

Grossa cilindrata, grandi redditi

È un due più due rischioso (per il contribuente) quello autorizzato dalla Cassazione, che deduce un reddito dall’auto che si guida. Ma non è sempre oro quello che luccica

grossa-cilindrataPer il povero contribuente possessore di autovetture non c’è mai pace. Questa volta è la Corte di Cassazione che si accanisce prendendo alcune posizioni che rischiano di annullare completamente le già spuntate armi di difesa del cittadino nei confronti di quel meccanismo automatico di determinazione del reddito volgarmente conosciuto come ‘redditometro’. Anche se la pronuncia della ‘Suprema Corte’ si riferisce a una formulazione della norma non più in essere, l’indicazione che se ne può trarre è preoccupante. Ma veniamo ai fatti: con la sentenza n. 9549 del 29-4-11, la Cassazione ha dato torto a un contribuente nei confronti del quale il possesso, tra l’altro, di un’autovettura utilizzata nell’esercizio della propria attività d’impresa aveva dato luogo alla presunzione di una certa capacità contributiva. Le motivazioni addotte per la decisione sono le seguenti: “in tema di accertamento dei redditi, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 2, - nel testo temporalmente applicabile alla fattispecie in esame - costituisce un elemento indicativo di capacità contributiva, tra gli altri, ‘la disponibilità’, in Italia o all’estero, di ‘autoveicoli’. Il possesso del bene in questione, come degli altri previsti dalla norma, costituisce, pertanto, una presunzione legale di capacità contributiva, ai sensi dell’art. 2728 c.c., atteso che è la legge stessa a ricollegare al fatto certo di tale disponibilità l’esistenza di una capacità contributiva. Ne discende che il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici elementi rilevatori di capacità contributiva, non può privare tali elementi della capacità presuntiva che la legge ha inteso annettere alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale delle somme necessarie”. Semplificando, se la legge dice che al possesso della tua macchina è legato un certo reddito, non puoi dimostrare che non hai guadagnato quella cifra - anche se è vero - ma al massimo che hai la disponibilità di quella cifra in virtù di redditi non soggetti a tassazione o già assoggettati a tassazione. Con questo orientamento della Cassazione non ci potrà essere vera possibilità di difesa quando l’amministrazione finanziaria inizierà ad applicare in modo estensivo la nuova disposizione prevista dall’articolo 38 del DPR 600/1973: “l’ufficio... può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile”. Come al solito, chi evade davvero potrà pagare ma chi prevede di guadagnare poco è meglio che si alleni a pedalare. Il settore dell’automotive ringrazia.

Ecco il nuovo reddimetro

Avete acquistato una casa? Iscritto vostro figlio a una scuola privata? Noleggiato un’auto? Il Fisco ve ne chiederà conto e non si accontenterà di una dichiarazione. Vorrà le prove

prove-fiscoL’articolo 22 del DL 78/2010 ha modificato l’articolo 38 del DPR 600/1973 riscrivendo le procedure dell’accertamento sintetico e del redditometro. Si tratta di strumenti volti a individuare possibili evasori fiscali attraverso l’analisi del tenore di vita dei contribuenti. In particolare, “l’ufficio (...) può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile” (art. 38 c. 4 DPR 600/1973). Inoltre “la determinazione sintetica può essere altresì fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva individuato (...) con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze. In tale caso è fatta salva per il contribuente la prova contraria” (art. 38 c. 5 DPR 600/1973). Il meccanismo si basa sulla presunzione che quanto è stato speso nel periodo d’imposta sia collegato a redditi prodotti nello stesso periodo. La rideterminazione presuntiva del reddito complessivo scatta quando il reddito forfetariamente determinato eccede di almeno un quinto quello dichiarato.

Ai posteri l’ardua sentenza
Anche se un giudizio preciso potrà essere fornito soltanto dopo l’emanazione del decreto con gli elementi indicativi di capacità contributiva e le modalità di trasformazione dei costi in reddito, si ritiene che la nuova formulazione della norma sia penalizzante perchè prevede l’utilizzo senza ponderazione anche delle spese non ordinarie - quali quelle per l’acquisto di immobili e autovetture - lasciando al contribuente l’onere di provare di aver utilizzato redditi risparmiati negli anni precedenti o redditi legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile. Inoltre si prevede che il decreto in corso di predisposizione conterrà coefficienti di trasformazione delle spese in reddito tali per cui ogni spesa genererà un reddito teorico non coincidente con essa ma incrementato per effetto di moltiplicatori. Quindi una persona che acquisti in un periodo d’imposta uno o più beni patrimoniali e sostenga spese quali canoni di locazione finanziaria, rate di mutuo, rette di asili o scuole private che complessivamente superino il limite stabilito potrà essere messa nella condizione di dover giustificare il proprio operato fornendo prove documentali di non semplice raccolta. L’accertamento sintetico potrebbe essere un buon metodo di contrasto all’evasione fiscale a patto che non lo si utilizzi solo come
meccanismo per il recupero di gettito. Se così fosse non solo non colpirebbe seriamente gli evasori ma rischierebbe di mettere in crisi i soggetti onesti con redditi bassi stimolando ulteriormente la contrazione dei consumi.

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